24 novembre 2009

Alle origini del "manifesto": la vicenda del CNR

nell'inserto sui quarant'anni dalla radiazione del manifesto dal PCI, 24.11.2009

La storia che racconto è una storia marginale, ma che può dare un’idea anche delle ripercussioni impreviste della proposta originaria del Manifesto in contesti meno conosciuti e raccontati. In questo caso, si tratta di una realtà fra le più improbabili: sostanzialmente un gruppo di impiegati statali che, fra radicalizzazione e ambiguità, mettono in moto un processo che finisce per coinvolgere il mondo della ricerca e dare origine a una nuova e insolita esperienza sindacale.
Negli anni ’60, io lavoravo al Consiglio Nazionale delle Ricerche, come impiegato nell’ufficio relazioni internazionali. La realtà sindacale era tipica del pubblico impiego: autonoma, e corporativa, con un sindacato autonomo per i dipendenti di gruppo A (direttivi), uno per il gruppo B (impiegati di concetto) e uno per il gruppo C (esecutivi), e uno, sempre autonomo, per il personale di ricerca. Era ancora necessario ottenere il nulla osta NATO per lavorare alle relazioni internazionali, cioè praticamente un certificato di non-comunismo, e infatti di comunisti conosciuti ce n’era solo uno in tutto il palazzo del CNR.
D’altra parte, la composizione dei dipendenti amministrativi vedeva una prevalenza ampia di giovani, assunti negli anni ’60, quasi tutti diplomati (molti ragionieri). Ci scambiavamo libri e idee, non si vedeva l’Unità ma facemmo un abbonamento comune all’Espresso. Aggiungerei che il CNR sta proprio accanto all’università e qualcosa filtrava. E la prima cosa che facemmo, appena diventammo leader dei rispettivi sindacati di categoria, fu di fonderli in un unico sindacato degli amministrativi (i ricercatori restavano un ambiente separato e meglio retribuito, con quale praticamente non c’erano contatti).
Poi arrivò il ’68, con le sue forme di lotta e i suoi discorsi antiautoritari ed egualitari. E qui scattano la radicalizzazione di alcuni, l’ambiguità corporativa di molti, la fragile e ambigua relazione tra i primi e i secondi. Il nostro sindacato infatti avanzò la rivendicazione della parità di trattamento fra personale amministrativo e personale di ricerca, e su questa base si arrivò nel luglio ’69 a una cosa inaudita: un’occupazione del CNR durata un mese, una vicenda probabilmente unica nel mondo dell’impiego pubblico romano.
Ora, noi eravamo mossi da un’idea di uguaglianza; la maggior parte dei nostri colleghi aveva soprattutto in mente un aumento di stipendio, come che fosse. Io credo che il nostro piccolo gruppo di avanguardia se ne rendesse tacitamente conto, e che in qualche modo si incontrassero due opportunismi: da un lato, quello della maggioranza che cavalcava il nostro radicalismo (e si compiaceva comunque del gesto trasgressivo dell’occupazione: un primo segnale della contraddizione fra forme di lotta radicali e obiettivi conformisti che sarebbe emersa in diversi settori negli anni seguenti); dall’altro, quello dell’avanguardia che fingeva di non accorgersene per tirarsela comunque dietro – sperando magari in una crescita di coscienza nel corso della lotta.
In realtà a crescere fummo soprattutto noi (anche se mi ricordo ancora con gioia la bellissima e definitiva radicalizzazione di un paio di segretarie). Ci furono due elementi che vennero fuori durante l’occupazione. Il primo fu che parecchi insospettabili colleghi si rivelarono essere comunisti iscritti al partito, che avevano tenuto le loro idee e la loro appartenenza accuratamente nascoste per anni: in questo senso, l’occupazione fu per diverse persone una vera e propria liberazione, una riconquista del diritto di parola. L’altro fu la rottura della barriera coi ricercatori. Loro non avevano nessuna rivendicazione in ballo nell’occupazione, ma condividevano la prospettiva egualitaria, per cui furono soprattutto i più politicizzati a venire e affiancarci: in quel periodo anche il mondo della ricerca era attraversato da pulsioni egualitarie radicali (per esempio: in alcuni laboratori si rivendicava che gli articoli scientifici dovessero essere firmati da tutti i partecipanti al progetto, compresi gli addetti al lavaggio delle vetrerie), e fu da alcuni di loro che una persona ingenua come me, senza nessun vero retroterra politico, cominciò a sentire per la prima volta il linguaggio, la terminologia, l’analisi marxista, a trovare le parole per spiegare quello che sentivo e che facevo.
L’occupazione si concluse infine con un nulla di fatto, ma il nostro gruppo di giovani attivisti aveva cominciato a prendere consapevolezza di sé e a cercare riferimenti. Io avevo appena letto le tesi del Manifesto, ed ero andato tutto solo a prendere contatto alla salita del Grillo, dove abbi la fortuna di parlare con Bruno (“Dado”) Morandi. Ne parlai con gli altri – ricordo alcuni nomi, di compagni per i quali il nostro ’69 non è stato solo un momento passeggero e modaiolo: Sandra Bailetti, Luciano Stella, Franco Lattanzi, Piero Albini, e decidemmo di riunirci a leggere insieme le tesi. “Se mi convincono solo per metà”, mi disse Albini, “aderisco anch’io”. Ci convinsero per più di metà. Credo che l’aspetto che ci convinceva di più era l’idea della rivoluzione come processo sociale, non rovesciamento subitaneo opera di avanguardie ma una vicenda lunga e complessa con al centro la classe. A me, e forse anche agli altri, questa visione della rivoluzione piaceva sia perché la trovavamo più realistica, meno romantica; sia perché sembrava de-enfatizzare il mito montante delle avanguardie e quello ancora più problematico della violenza. Nessuno di noi veniva dal Pci, anche se alcuni avevano famiglie di sinistra, e credo (per me, sono sicuro) che il Manifesto ci attraesse anche perché per noi non era una rottura con la storia del movimento operaio e della sinistra in Italia, ma anzi un modo per entrare a farne parte. Come forse anche altri allora, non stavamo uscendo dal Pci, ma entrando in un movimento “per il comunismo”.
E infatti successero un paio di cose divertenti. La prima fu che, senza starci tanto a pensare sopra, decidemmo che il nostro sindacato avrebbe aderito alla Cgil, e sull’onda ancora viva dell’occupazione riuscimmo persino a far passare la proposta in assemblea. Così un bel giorno Piero Albini e io ci presentiamo in corso d’Italia e (altro colpo di fortuna) veniamo ricevuti da Vittorio Foa. Di quell’incontro ricordo due cose. La prima fu che quando Foa sentì che eravamo del Manifesto chiamò nella stanza tutti i suoi collaboratori e gli disse: “Vedete? Questi sono del Manifesto, ma non sono diavoli, e non ci vedono come nemici.” Che è anche un segno di come vedeva il Manifesto lui, e come voleva che lo vedesse il sindacato. La seconda cosa fu che Foa ci disse: guardate, fino adesso la Cgil è rimasta fuori dal settore del pubblico impiego, ma stiamo ripensando questa scelta, quindi siete i benvenuti. Così, uscimmo da quell’incontro con l’orgoglio di sentirci dei battistrada, il primo (o almeno uno dei primi) sindacato Cgil del pubblico impiego (cosa che la nostra base impiegatizia visse con dubbi e col brivido della trasgressione: ricordo una collega che riconsegnò la tessera il giorno dopo la morte dell’agente Annarumma a Milano, come se la Cgil ci entrasse qualche cosa).
La seconda cosa fu decisamente paradossale. Come ho detto, avevamo scoperto che nei nostri uffici si annidavano almeno una decina di iscritti al Pci fino allora clandestini. Così, un altro bel giorno Piero Albini e io facemmo due passi fino alla federazione di via dei Frentani, non mi ricordo con chi parlammo ma comunque gli dicemmo: guarda, c’è un nucleo di compagni proprio qui vicino, al CNR, si potrebbe formare una cellula. Il compagno della federazione fu molto contento e fece due proposte: che si chiamasse cellula Ho Chi Minh (prontamente accolta), e che il segretario e vicesegretario fossimo Albini e io – e non dimenticherò mai il suo disorientamento quando gli dicemmo guarda, noi siamo venuti a portarvi i vostri iscritti ma noi non ci iscriviamo perché siamo del Manifesto (la cellula poi formalmente si fece, ma non mi pare che abbia avuto vita attiva ricordabile).
Non sono solo aneddoti paradossali: sono segni di una tensione allora molto forte, e destinata a produrre anche rotture, sulla natura stessa del Manifesto come gruppo politico, delle sue relazioni con i movimenti e col Pci. Una delle proposte organizzative in piedi era allora quella dei collettivi aperti (che a me arrivava anche dal Collettivo Edili Montesacro, dove cominciavo a militare e a frequentare, altro privilegio, Aldo Natoli): cioè di collettivi a cui partecipassero anche compagni non aderenti al Manifesto – cani sciolti o gente di altri gruppi o partiti - ma disposti a lavorare insieme sul terreno di cui questi collettivi si occupavano e a crescere e cambiare insieme con noi. In un certo senso, il direttivo del Sindacato Ricerca Cgil – a cui nel frattempo avevano aderito anche i ricercatori - era un collettivo del genere, composto di 11 persone di cui due del Pci (tra cui, per opportunità, il segretario), uno di Potere Operaio, e otto più o meno di area Manifesto. E devo dire che (salvo una volta in cui uno dei due Pci mi chiamò fascista perché criticavo l’Unione Sovietica) ci misuravamo sulle cose concrete e funzionavamo relativamente bene, comunque in buoni rapporti. Ma la proposta dei collettivi aperti non era destinata a prevalere nel futuro del Manifesto.
Nel frattempo, si era venuto formando anche il Collettivo Tecnici del Manifesto, soprattutto per l’impulso di Dado Morandi. Alcuni di noi naturalmente parteciparono, ma non ho ricordi di grandi elaborazioni e proposte conclusive sui temi di cui discutevamo. Discutevamo di neutralità della scienza, cercando di sottrarci alla tenaglia da una parte del fondamentalismo per cui “nel socialismo due più due farà cinque” e dall’altra del fondamentalismo per cui la scienza è sempre la stessa e cambia solo l’uso che se ne fa. Cercavamo di ragionare sul ruolo dei mass media, rifiutando le posizioni apocalittiche anti-TV, ma anche – col senno di poi – un po’ di eccessivo ottimismo sul futuro del sistema dei media in Italia. Piuttosto, l’esperienza del collettivo del CNR mi sembrava interessante perché – che ne sapessi io – era l’unico collettivo del Manifesto composto allora interamente da gente che lavorava (e che per quanto giovane aveva qualche anno in più), e quindi aveva tempi di lavoro e di vita quotidiana che difficilmente si armonizzavano con quelli della componente studentesca e dei politici a tempo pieno, che dettava i ritmi del lavoro politico.
Poi le cose andarono in pezzi. Alla fine del ’71, come Cgil Ricerca rilanciammo la lotta egualitaria: una richiesta di aumenti di stipendio inversamente proporzionali, contra la pratica abituale degli aumenti in percentuale che davano sempre più soldi a chi guadagnava di più. L’amministrazione colse il punto di principio, se ne allarmò, e rispose con una controfferta che ci parve profondamente umiliante: una tantum chiamata “befanone,” ovviamente proporzionale. Sostanzialmente, fummo travolti: impermeabili all’infantilizzazione implicita nel “befanone”, i nostri colleghi scelsero i pochi, maledetti, disuguali e subito rispetto al principio di uguaglianza che peraltro convinceva tanti di loro solo quando gli faceva comodo. Il nostro gruppo dirigente sindacale si disperse: dopo la proposta del compromesso storico, parecchi scelsero di entrare al Pci, e solo alcuni continuarono comunque l’impegno sindacale negli spazi che riuscirono a trovare (Piero Albini sarebbe diventato poi segretario della Camera del Lavoro di Roma); il mio Collettivo Edili finì per trovarsi fuori dal Manifesto, io colsi al volo la proposta di andare a lavorare all’università.
Non so che cosa resta di questa storia. Sicuramente, la crescita di alcune persone. Forse, se la analizzassimo, gli strumenti per un lavoro sindacale meno ingenuo e con meno rischi corporativi nel pubblico impiego e nei servizi, ma anche la consapevolezza dell’esistenza di spazi di alternativa e di radicalismo di cui fare un uso migliore. Una presenza sindacale nel settore della ricerca e della scuola (il primo incontro con la nascente Cgil scuola lo avemmo proprio durante l’occupazione del ’69). E forse, la cosa più importante di tutte, un piccolo romanzo di formazione di alcune persone che in questa storia sono cresciute e hanno continuato, attraverso tutti questi anni e in modi diversi, a dare il contributo di cui erano capaci a quello che è stata e quello che resta la sinistra in Italia.

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